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Domanda

Si può parlare di aspirazione ad una maggiore internazionalizzazione da parte delle franchise?

Risposta

Rispetto a dieci/quindici anni fa, il franchising italiano presenta, oggi, molte più analogie con i mercati più evoluti d’Europa e del mondo. Infatti, lo sviluppo del franchising dei servizi ha posto l’Italia quasi al livello raggiunto, già da molti anni, da mercati come l’Inghilterra e la Francia. Anche in Italia il franchising entrerà in una fase caratterizzata da un ulteriore sviluppo dei più svariati servizi e da una contrazione di alcuni settori tradizionali. I mutamenti demografici (si pensi all’aumento del numero di pensionati sulla popolazione totale, l’incremento dei single, ecc.) ed i conseguenti cambiamenti nei consumatori, la transizione da un’economia basata sull’impresa industriale ad un’altra impostata sulle attività del terziario, la ricerca, da parte dei consumatori, di prodotti più convenienti, specializzati e con un più alto rapporto qualità/prezzo, il maggior coinvolgimento dei giovani, delle donne, dei lavoratori extracomunitari, la maggiore uniformità degli stili di vita dei consumatori dell’Europa occidentale ed il miglioramento del clima economico e dei consumi dei 27 Paesi dell’Est e del Centro Europa, certamente contribuiranno a favorire questo o quel settore del franchising nazionale. Questo è dovuto anche all’entrata nella Comunità Europea di nuovi paesi proprio dell’Europa dell’Est che grazie alle loro nuove potenzialità di crescita e di sviluppo potrebbero divenire nuovi importanti mercati non solo di sbocco ma anche taluni di approvvigionamento e di riferimento per nuovi prodotti e servizi. Infatti anche se i paesi dell’Est Europa non sono ancora sui livelli delle economie Occidentali, il potere di acquisto di alcune fasce di consumatori sono però elevate o comunque in netta crescita e ciò fa si che molti franchisor italiani si spingano a fare nuovi investimenti proprio in quelle aree al fine di sviluppare la loro rete di franchising. Questo per ora avviene per settori di (abbigliamento, calzature, pronto moda e accessori, pelletteria, complementi d’arredo e articoli per la casa, gdo, food e alimentari). Ancora molto da lavorare invece rimane per il settore dei servizi. Il franchising italiano è però tuttora sottodimensionato in alcuni settori, già ampiamente sfruttati all’estero, come: la ristorazione, l’industria alberghiera, il dettaglio non alimentare, il dettaglio alimentare specializzato, i servizi di ogni genere alle imprese e alle famiglie, i prodotti e servizi per l’auto, la manutenzione e la pulizia della casa ed il tempo libero. Sotto questo particolare aspetto, si può vedere quanta strada dovrà fare il franchising italiano. Non si dimentichi, inoltre, l’opportunità, per ora non ancora sfruttate dagli imprenditori del franchising, di esportare all’estero i sistemi di franchising più evoluti. Ovviamente il riferimento è per tutti quei settori in cui l’Italia eccelle in tutto il mondo: la ristorazione, i prodotti tipici, la moda, il design, l’arredamento e altri ancora. Per ora e nell’immediato futuro le maggiori opportunità sui mercati esteri rimangono quelli più vicini e affrontabili: Slovenia, Croazia, Spagna, Francia, Grecia, Marocco, Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca per indicarne alcuni fra i più affidabili in termini di rischio Paese e ricchi di domanda. Tuttavia al giorno d’oggi sul versante dell’internazionalizzazione delle reti italiane si registra una tendenza alla crescita, anche se piuttosto lenta rispetto alle previsioni sopracitate: si è passati da 200 network nel 2007 a 211 nel 2008 e per finire a 222 nel 2009, per un aumento del 5,20% (“Gli scenari futuri nel franchising”,Mark up, periodico mensile, ottobre 2009). I franchisor italiani non si avventurano dunque volentieri all’estero, limitando così il proprio potenziale di crescita al bel paese. Bisogna tener conto della difficoltà di accesso al credito per le piccole e medie imprese che decidono di andare all’estero, che non sono la maggior parte delle reti in franchising italiane e che prima di pensare ad un discorso di internazionalizzazione devono pensare a consolidarsi nella penisola. Considerando le grandi imprese che sono già presenti (come per esempio Salmoiraghi & Viganò) o in espansione (esempio gruppo Coin e altri grandi gruppi della distribuzione organizzata) in alcuni paesi Europei ed Extraeuropei, c’è chi sostiene che ci voglia un’azienda forte e ben strutturata per intraprendere la strada dell’internazionalizzazione. In effetti il paragone con le reti estere presenti in Italia è un’ulteriore dimostrazione di questo concetto, in quanto le poche insegne presenti hanno alle spalle esperienze di migliaia di punti vendita. Di certo è di fondamentale importanza capire perché ci sono solo poche grandi imprese estere in Italia e viceversa. Evidentemente bisogna sviluppare maggiori opportunità di contatto e di interazione fra aziende e imprenditori del settore. Le Associazioni di categoria (come Assofranchising) devono attivarsi attraverso collaborazioni più strutturate con gli enti fieristici italiani sia ponendo le basi, tramite il dialogo con le camere di commercio di vari paesi, per presidiare in maniera più efficace soprattutto le fiere estere. Risultano importantissime per stringere nuovi contatti commerciali significativi le fiere in loco, nonché per conoscere i vari trend di mercato di quel paese target, ma bisognerebbe anche insistere sulla necessità, per gli imprenditori italiani all’estero, di operare di più in forma corporativa o cooperativa, per avere più forza contrattuale: in questo senso anche le rappresentanze italiane all’estero potrebbero diventare più efficaci e aiutare maggiormente gli operatori. Infine, è fondamentale lavorare assieme (cooperare) agli imprenditori locali che, evidentemente, conoscono in maniera approfondita le dinamiche commerciali del luogo. Certamente bisogna considerare anche le motivazioni soggettive, psicologiche ed economiche dei rispettivi franchisor che vorrebbero internazionalizzarsi. Da un lato c’è chi ha paura di “fare un buco nell’acqua”, dall’altro è convinzione di molti che, dato il periodo di crisi economica, sia meglio consolidare le posizioni in patria piuttosto che tentare fortuna altrove. Talvolta, però, il principio del “mai lasciare il certo per l’incerto” può essere limitante. Sulla base delle esperienze dei franchisor italiani presenti all’estero, entrare in un altro mercato non significa solo esportare il proprio know-how, ma vuol dire anche conoscere l’approccio al business da parte di partner commerciali stranieri e, quindi, rivedere e migliorare il proprio. Un altro concetto da non dimenticare è che la presenza (a livello di brand del franchisor) fuori dai confini nazionali rinforza e consolida la struttura anche nel paese d’origine. L’affiliato italiano potenziale, infatti, dovendo scegliere con quale franchisor lavorare, opta più spesso per un operatore attivo anche all’estero, che dimostra dinamicità e capacità d’iniziativa. Inoltre, bisogna tener conto la lungimiranza: qualora si esaurisse il mercato domestico, il processo di internazionalizzazione è l’unica via che il franchising ha per continuare a crescere.

The answer to this question was provided courtesy of: Daniele Bonali info@franchisingexpo.it http://www.franchisingexpo.it/admin/index.cfm

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